Bottiglie di gin che piovono sui picchiatori fascisti nella notte del 69

Il valore dei Pride (non più “Gay Pride” – abbiamo capito che le identità sono molteplici e non siamo tutt* maschietti bianchi, belli e muscolosi) e l’importanza che questi rivestono nel processo di cambiamento culturale continuano ad essere fondamentali.

Una carnevalata, una pagliacciata piena di tette e culi all’aria. Ma quelle tette appartengono, spesso, ad una persona che, pur essendo in transizione, ha ancora il documento maschile, quindi che male c’è? Perchè ci scandalizziamo? A tutt* piacciono i ragazzi con i pettorali al vento nei caldi pomeriggi di giugno.

L’intento normalizzatore di talune associazioni LGBTI (e fermiamoci qui nell’elencare le identità della comunità, che già la B e la I le mettiamo per vezzo e la T perchè così sentiamo di essere all’avanguardia) – che ci vorrebbe vedere in Pride stanziali, o con bandiere arcobaleno non troppo arcobaleno, in giacca e cravatta o quasi – è distruttivo, deleterio e irrispettoso. Ci vogliono ugual*, ci vogliono normat* ma noi sfuggiamo alla norma, tiriamo fuori i tacchi, mettiamo le calze a rete sulle gambe pelose, fuori le tette, fuori i culi e i boa di struzzo.

Nel movimento si calunnia e si esclude chi non è rigidamente incasellat* nelle categorie volute dagli/dalle etero: se sei un uomo gay devi essere bello, non eccessivamente effeminato, se sei lesbica stai zitta ed evita di esistere troppo, se sei trans…ma che vuol dire? Ah, giusto: le prostitute. Tanto si sa che con tutti quegli ormoni le trans sono pazze! (Gli FtoM sono così carini ma non esistono essenzialmente).

Leggere Mieli ormai è demodé, non si fa più. Ci si adegua agli standards imposti dalla classe politica che manovra, quando dovremmo essere noi attivisti e attiviste a fissare ed indirizzare questi standards. Non si pensa più ad un cambiamento culturale ma a ricevere fondi per quel progetto o quella campagna, a vincere bandi, ma a cosa porterà?

Servono leggi e servono manovre coatte, servono coming out di massa, serve lottare, serve scendere in piazza. Non servono invece i personalismi, i nomi importanti, i compromessi e le frasi pacate. Riappropriamoci dei luoghi, rendiamo la lotta intersezionale e uniamoci: gli/le ultim* che lottano insieme. Che i Pride siano realmente aperti a tutt*, che siano costruiti insieme alle donne, ai Centri Antiviolenza, ai disabili, ai migranti, ai lavoratori e alle lavoratrici, a tutte quelle individualità schiacciate da una società escludente.

In un periodo in cui i muri si alzano noi li abbattiamo. Spint* dai valori di antifascismo, antirazzismo, antisessismo e antispecismo noi, colorate, scendiamo in piazza insieme. Il cambiamento culturale si porta sconvolgendo piano piano la “norma” e liberando dal velo dell’ipocrisia chi è cresciut* plasmato da una società respingente e violenta. Quei tacchi nei Pride sono importanti per schiacciare i valori tossici del patriarcato imperante. Quindi scendiamo sempre in piazza, fier* di quello che siamo.

– Fra

Appello allo sciopero delle donne 08.03.18

“Nosotras paramos porque nos empuja la marea y porque nuestras rebeliones nutren la marea”

Nel 2015 è nato in Argentina un movimento – che nel giro di pochi mesi ha dato il via a mobilitazioni femministe in quasi 100 stati  – al grido “Ni una mujer menos, ni una muerta mas!”. In Italia Non Una Di Meno è un movimento formato da donne e uomini che hanno risposto agli appelli delle Argentine e che si organizzano ogni giorno per portare avanti un nuovo femminismo. Il femminismo dell’intersezionalità, il transfemminismo, volto a lottare contro ogni tipo di sfruttamento, mistificazione, appropriazione e sovradeterminazione del corpo della donna e di chiunque si riconosca tale. Un femminismo che comprende le lotte LGBTQI+ e di tutti quei corpi che non si identificano in un binarismo di genere. Il femminismo dei corpi e non dei generi.

 « Nos convocamos todas nosotras, mujeres, lesbianas, trans, y cuerpos feminizados del mundo a propagar el virus de la insumisión. Nos convocamos en una medida de fuerza y un grito común para el próximo 8 de marzo de 2018: nosotras paramos. ¡Ni Una Menos, Vivas Nos Queremos!»

Questo è l’appello per un nuovo 8 Marzo di lotta femminista, per una giornata di sciopero globale dalla produzione e dalla riproduzione, perché le donne di tutto il mondo si uniscano sulla scia della marea femminista che, con la determinazione e la caparbietà che la distinguono, si farà tempesta indomabile.

Perché l’8 Marzo non sia per noi una giornata di autocommiserazione e vittimismo, ma di lotta.

Contro la devastazione del nostro territorio: NO all’autostrada Roma-Latina

Ci continuano a dire che questa autostrada toglierà Latina dall’isolamento, metterà in sicurezza la “pontina killer”, trasformandola in una strada nuova ed efficiente, e  farà aumentare i posti di lavoro in città e in provincia. Tutto questo non è nient’altro che la solita propaganda, colma di retoriche e fantasie, sulle fantomatiche “grandi opere” che migliorerebbero il nostro Paese.

È invece vero che l’autostrada Roma-Latina è simile a tanti progetti, come la TAV in Val Susa e la TAP in Puglia, che distruggono il territorio contribuendo ad esaurire le risorse che questo offre. L’autostrada a pedaggio, da Borgo Piave arriverà fino a Tor de’ Cenci, zigzagando tra la SS148 e la Pontina Vecchia, incanalando il traffico in un enorme imbuto alle porte di Roma e menomando drasticamente la mobilità locale tra Ardea e Pomezia.

Il piano che ci è sempre stato presentato non è chiaro riguardo la condizione in cui verseranno la Pontina e, di conseguenza, le linee Cotral che oggi la percorrono. Inoltre il progetto non riguarderà il tratto di strada da Latina a Terracina, lasciando quindi immutati i problemi di quest’ultimo.

Il disegno prevede anche due tangenziali che da Latina-Ovest e Latina-Sud si collegheranno con il casello di Borgo Piave, andando a incrementare i problemi legati all’autostrada ed espropriando le terre di molte famiglie che si trovano ai confini del centro abitato. Il numero di posti di lavoro per la costruzione dell’autostrada sarà molto più esiguo di quanto ci è stato promesso, per non parlare del lavoro tolto alle oltre 52 aziende agricole che verranno private dei terreni. Sarà pericolosamente intaccata la riserva naturale di Decima-Malafede e verrà generato un forte impatto sociale sulla popolazione dei quartieri attraversati dal mostro di cemento e asfalto. Il costo del pedaggio, per andare e tornare da Latina a Roma e viceversa, sarà infine di circa 13 euro: ben oltre il prezzo dei biglietti di pullman e treni che percorrono la stessa tratta.

Noi studenti e studentesse, giovani lavoratori e lavoratrici, viviamo quotidianamente il dramma della mobilità cittadina e di quella verso gli altri centri abitati, in particolare verso Roma, in quanto per raggiungere le scuole, le università e i posti di lavoro, dobbiamo contare su mezzi fatiscenti, linee inaffidabili e coincidenze inesistenti. Pensiamo quindi che piuttosto che investire in questa grande opera, sia più funzionale e produttivo risolvere le criticità del trasporto pubblico nell’intera provincia.

Gli autobus cittadini rendono completamente isolati la periferia e i borghi, non lasciando scelta sugli orari e impedendo la permanenza nel centro-città al di fuori degli orari scolastici o lavorativi per svolgere qualsiasi tipo di attività extra. Per chi abita nei paesi limitrofi la situazione è ancora più drammatica, poiché si rischia quotidianamente di rimanere bloccati o di arrivare in ritardo. I pullman regionali e gli autobus cittadini non garantiscono corse domenicali e festive, aggravando l’isolamento delle città pontine ed impedendo la comparsa di qualsiasi forma di turismo nel territorio.

Discorso analogo può essere fatto per chi vive tutti i giorni il dramma del pendolarismo sui treni regionali da e verso Roma: frequenti blocchi del servizio per guasto o soppressione delle corse, coincidenze con le linee su gomma quasi del tutto inesistenti e mancanza dell’ultima corsa dell’autobus che coincida con l’orario dell’ultimo treno che arriva da Roma. Nell’ultimo anno, sono stati inoltre aumentati i treni diretti, senza fermate intermedie, tra Roma e Latina, ma non sono stati migliorati gli altri collegamenti con le altre città del nord e sud pontino.

I problemi della mobilità e dell’isolamento non possono essere risolti con un’unica “grande opera” dannosa e ricca di contraddizioni, ma piuttosto ripensando la mobilità nel suo complesso, incrementando il trasporto pubblico su gomma e su ferro, ampliando ed arricchendo l’offerta culturale, aumentando gli spazi cittadini di aggregazione sociale e promuovendo le attività di conoscenza del territorio e delle sue risorse storiche e naturalistiche.

Invitiamo tutti e tutte a consultare il materiale prodotto dal Comitato No Corridoio Roma-Latina e dal Comitato No Bretella Cisterna-Valmontone

                                

Contro la devastazione del nostro territorio, ogni cantiere sarà un presidio!

 

 Comitato No Corridoio Roma-Latina

     nocorridoio@tiscali.it